Cosiderazioni sulla conferenza…

La conferenza programmatica, che ieri si è svolta al San Paolo Palace di Palermo, me l’aspettavo molto più partecipata. Io devo fare un mea culpa perchè sono arrivato in ritardo e devo dire che che appena varcate le porte della sala dove la conferenza era già iniziata, l’umore era quello giusto. Tutte le sedie piene, gente in piedi, insomma una bella sala gremita. Poi la presenza del nostro segretario regionale, l’On. Saverio Romano, quella dell’On. Lillo Mannino ed inseguito quella del Presidente…ah pardon, Senatore Totò Cuffaro davano anche solennità ad un momento che era dei giovani e per i giovani.

Gli interventi si sono susseguiti intensamente, con il nostro segretario Valerio Barrale che invitava gli oratori a rispettarei tempi di Bruxelles, 5 minuti, per dare a tutti l’occasione di dare un contributo, vista la mole di interventi. Tutto bene, tutto bellissimo, ma dopo gli interventi e il successivo abbandono dei lavori di conferenza dei nostri big, tanti giovani che riempivano la sala hanno preferito andare via.

Questo mi rammarica molto, lo dico da dirigente del movimento provinciale, ma sopratutto da militante di un partito che ha intrapreso una battaglia coraggiosa e difficile. Io sono fiero del mio partito, ho scelto di militare nell’Udc perchè ci credo e mi dispiace quando amici del movimento giovanile si accontentano di timbrare il cartellino e andare via.

Spero che tutto ciò si possa addebitare all’ora che era ormai tarda, al fatto che di venerdì pomeriggio si ritorna in paese ecc..  ecc… Ma sopratutto spero, che la prossima volta non accada che chi si appresta a parlare in una manifestazione dell’Udc giovani parli con le sedie anzichè con la gente.

Per quanti volessero leggerla, metto  a continuazione del post la relazione, dal titolo “La crisi dell’ente comune”, che ho preparato per l’occasione.

A presto.

Contributo alla conferenza programmatica dei Giovani dell’Udc della Provincia di Palermo

Premessa:


Secondo l’ordinamento italiano il Comune è l’Ente di governo più diretto ed immediato della popolazione e del territorio. Esso infatti esercita in favore della collettività tutte le funzioni e tutti i servizi che la legge non attribuisca espressamente ad altri soggetti (Stato, Regione, Provincia), rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi e ne promuove lo sviluppo.

Le funzioni e i servizi comunali riguardano tutte le fasi della vita degli individui dalla nascita alla morte e tutte le materie della vita sociale dalla sanità, alla assistenza, allo sviluppo economico, alla attività culturale, allo sport, al turismo.

Un comune è un’entità amministrativa determinata da limiti territoriali precisi sui quali insiste una porzione di popolazione. Si definisce, per le sue caratteristiche di centro demico nel quale si svolge la vita sociale pubblica dei suoi abitanti, l’ente locale fondamentale.

Il comune è infatti, nell’ordinamento italiano come nella maggior parte degli ordinamenti di diritto positivo occidentali, è il centro della vita di relazione dell’individuo, dal momento che il suo territorio coincide quasi sempre con quello del centro abitato (città o borghi) , più le campagne circostanti, con le eventuali case sparse, ed eventuali nuclei o centri abitati. Questa caratteristica, sulla spinta delle esigenze di autonomia manifestatesi per prime in epoca medievale, ha portato alla concessione, e al conferimento di diritto, alle città di, particolari forme di autonomia amministrativa, organizzativa.

Come Ente di governo locale il Comune esercita funzioni e servizi in forma diretta o indiretta (attraverso la sua macchina amministrativa, i concessionari, gli appaltatori) o coordinando e indirizzando le attività di altri organismi della società civile (enti, aziende, istituzioni). Tali organismi sono assai numerosi ed importanti, hanno diversa natura giuridica (di diritto pubblico o di diritto privato, associazioni, fondazioni, società, consorzi fra enti locali, aziende consortili, enti vari) che operano nei più svariati campi della vita civile, interessando da vicino la vita quotidiana di tutti i cittadini.

L’indirizzo e il coordinamento degli organismi della società civile avvengono, soprattutto, attraverso il potere di nomina riconosciuto al Comune di tutti o di parte di coloro che sono chiamati ad amministrare tali organismi e che, nella loro attività, dovranno avere presenti programmi e obiettivi individuati dal Comune medesimo.

Ogni comune appartiene ad una provincia, ma la Provincia non fa da tramite nei rapporti con la Regione, né questa fa da tramite con i rapporti con lo Stato, poiché esso, essendo dotato di personalità giuridica può avere rapporti diretti con la Regione e con lo Stato.

Addirittura la legge 3/2001, ovvero la riforma del titolo V della costituzione, pone l’accento sul fatto che il comune è l’ente principale per la formazione di uno stato.

A leggere queste parole sembra che l’ente comune sia dotato di chissà quali poteri, invece aldilà della organizzazione interna può ben poco. Il comune è stato spogliato di qualsiasi potere decisionale: acqua, rifiuti ecc..

Sicuramente i cosiddetti ambiti territoriali (A.T.O.), sono stati creati con gli intenti migliori che possano esserci, ma molti hanno solo aggravato i bilanci dei comuni stessi.

Il comune oggi non ha nenche più autonomia finanziaria, dopo l’abolizione dell’I.C.I. si trova in una situazone che solo i trasferimenti dello Stato e della Regione riesce a sopravvivere.

Forse sarebbe più produttivo rendere veramente il comune un ente autonomo.

La riforma del TITOLO V:


Per dare un ruolo più importante agli enti locali, la legge 3/2001 sostanzialmente capovolge l’art. 114 della costituzione che fino ad allora era :”La Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni”. Dopo la riforma è divnetato: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”.

Sostanzialmente si mette l’ente comunale in una posizione di vitale importanza, non è più l’ultima parte della Repubblica, l’ultimo di quattro livelli amministritavi. Adesso è la parte fondamentale, addirittura essendo messo al primo posto possiamo considerarlo la chiave di volta per tutta la Repubblica.

Basta pensare che in Italia abbiamo circa 8.100 comuni e il 50% di essi sono piccoli comuni, cioè al di sotto do 5.000 abitanti. Il 25% circa sono sotto i 10.000 non capisco perchè non sono considerati piccoli comuni. Che un ente formato da 7-8 mila persone sia un grosso ente è inpensabile. Solo 43 comuni superano i 100.000 abitanti e quindi solo loro sono capaci di fare politiche complesse.

Si, esistono strumenti come l’unione dei comuni, le comunità territoriale ecc… ma non basta, perchè molte volte anche a causa della politica sbagliata dei politici locali questi strumenti restano inutilizzati o vengono utilizzati male.

Quando vengono fatti funzionare male questi strumenti servono solo ad appesantaìtire la macchina burocratica.

Per questo è importante applicare in pieni il principio di sussidiarità che è stato recepito dall’ordinamento italiano con l’art.118 della costituzione.

Tale principio implica che:

  • le diverse istituzioni, nazionali come sovranazionali, debbano tendere a creare le condizioni che permettono alla persona e alle aggregazioni sociali (i cosiddetti corpi intermedi: famiglia, associazioni, partiti) di agire liberamente senza sostituirsi ad essi nello svolgimento delle loro attività: un’entità di livello superiore non deve agire in situazioni nelle quali l’entità di livello inferiore (e, da ultimo, il cittadino) è in grado di agire per proprio conto;

  • l’intervento dell’entità di livello superiore debba essere temporaneo e teso a restituire l’autonomia d’azione all’entità di livello inferiore;

  • l’intervento pubblico sia attuato quanto più vicino possibile al cittadino: prossimità del livello decisionale a quello di attuazione.

  • esistono tuttavia un nucleo di funzioni inderogabili che i poteri pubblici non possono alienare (coordinamento, controllo, garanzia dei livelli minimi di diritti sociali, equità, ecc.)

Il principio di sussidiarietà può quindi essere visto sotto un duplice aspetto:

  • in senso verticale: la ripartizione gerarchica delle competenze deve essere spostata verso gli enti più prossimi al cittadino e, pertanto, più vicini ai bisogni del territorio;

  • in senso orizzontale: il cittadino , sia come singolo che attraverso i corpi intermedi, deve avere la possibilità di cooperare con le istituzioni nel definire gli interventi che incidano sulle realtà sociali a lui più prossime.

Il principio di sussidiarietà può quindi essere visto sotto un duplice aspetto:

  • in senso verticale: la ripartizione gerarchica delle competenze deve essere spostata verso gli enti più prossimi al cittadino e, pertanto, più vicini ai bisogni del territorio;

  • in senso orizzontale: il cittadino , sia come singolo che attraverso i corpi intermedi, deve avere la possibilità di cooperare con le istituzioni nel definire gli interventi che incidano sulle realtà sociali a lui più prossime.

Precedentemente all’introduzione nella Costituzione (art. 118) di tale principio vigeva il cosiddetto principio del parallelismo, in virtù del quale spettavano allo Stato e alle Regioni le potestà amministrative per quelle materie per le quali esercitivano la potestà legislativa; questo principio non è più in vigore, in quanto sostituito dai nuovi principi introdotti nell’art. 118 della Costituzione nel 2001 (principi di sussidiarietà, di adeguatezza e di differenziazione).

Il comune oggi avrebbe bisogno che questa riforma sia attuata in pieno. La legge 3 del 2001 scritta a seguito delle liggi Bassanini, pare sia il primo passo verso il federalismo, ma un governo che ha in agenda una riforma come il federalismo toglie l’unica tassa federale l’I.C.I.

Pare proprio che questo piccolo ente, l’ultimo in ordine di importanza ma il primo per l’art. 114, non possa avere una chiara identità.

La difficoltà nell’approvare i bilanci e la diminuzione continua delle entrate nelle casse comunali:

La maggior parte dei comuni, specie quelli più piccoli dell’entroterra, fanno una fatica enorme nell’approvare i bilanci.

Questa difficoltà, non è solamente dovuta alla scarsa capacità politica o gestionale degli amministratori, è anche riconducibile al fatto che nel corso degli anni l’ente Comune è stato appesantito sempre più di oneri che non sono stati perequati con onori.

Mi spiego meglio: per fare solo un esempio, voglio ricordare che prima degli anno duemila quando si doveva adeguare il contratto dei dipendenti comunali, il carico economico era sostenuto dal ministero del lavoro. Adesso invece non è più così. Da sette-otto anni gli adeguamenti dei contratti vengono fatti a con i fondi delle casse comunali.

Ogni adeguamento di contratto, comporta una certa spesa che non è un una tantum, bensì una spesa che diventa spesa corrente nei bilanci comunali. Adesso risulta evidente che col passare degli anni, le casse die comuni si svuotano e il bilancio si strozza, non lasciando margini di manovra.

Infatti negli anni non è stato dato nessun aiuto ai comuni per sopperire a queste nuove spese, ma sono stati anzi depauperati.

Per farsi belli con gli elettori il governo ha tolto l’ICI, certo è facile togliere una tassa che non costa nulla alle casse dello stato. Era stato promesso un fondo perequativo che non è mai arrivato.

L’unica tassa federale, l’unica che permetteva al comune di avere un po’ di autonomia è stata tolta. Si potevano abbassare o togliere altre tasse che sono in capo al governo nazionale o a quello regionale, invece si toglie l’unica vera imposta che permette al comune di sopravvivere.

Il taglio poi del 12% dei contributi regionali non migliorano certo la situazione. Io capisco e condivido un taglio ai già bassi compensi degli amministratori locali, potrei anche condividere l’azzeramento delle retribuzione per consiglieri, assessori e sindaci. Purchè gli vengano pagate le spese che affrontano per onorare il loro mandato, e soprattutto purchè non si taglino i fondi che servono per dare un servizio ai cittadini.

Oggi molti comuni sono a malapena in grado di sostenere il carico della spesa corrente.

Un aiuto poteva essere dato dalla regione, ad esempio tutti i lavoratori socialmente utili, che oggi sono a carico del comune solo per il 10%, potrebbero essere interamanti retribuiti dalla regione. Oppure, una cosa ancora più fattibile ma che credo sia onesta, visto che come detto prima gli LSU sono per 90% stipendiati dalla regione, non sarebbe giusto che al momento di rinnovare loro il contratto gli oneri di adeguamento siano anche lì per 90% in capo a l’ente regionale?

La beffa viene dallo stato centrale, che manda fior fior di milioni per aiutare realtà come quella del comune di Ctania, di Palermo, di Roma. Trecento milioni per Alitalia ecc.. ecc..

Posti dove i milioni di euro non si sa come siano venuti a mancare, invece ci si scorda di posti come i piccoli comuni dove la politica è gratuità. Dove c’è il contatto diretto con la gente. Ci si scorda di posti dove la politica non si fa se non per rendere un servizio alla propria comunità, ma se togliamo tutti gli strumenti per far questo, anche la passione può venire meno.

Il coraggio della politica e il contributo dei giovani:

Vista la situazione, il tempo delle mezze misure pare essere finito. O meglio, pare essere finito il tempo in cui le mezze misure bastavano a risolvere la situazione.

É arrivato il tempo delle scelte coraggiose. In questo periodo così difficile, noi giovani non possiamo che fare la nostra parte. Non possiamo sottrarci ad un compito che ci viene dato perchè futura classe dirigente.

Lo dico da giovane dell’Udc e da consigliere comunale, io come sicuramente anche i miei colleghi giovani, saremo in prima linea come lo siamo sempre stati per il bene di tutti i cittadini.

La conferenza che oggi stiamo facendo credo sia un vero e proprio segnale che noi giovani impegnati in politica vogliamo dare a tutta la nostra classe dirigente e a tutta la società civile. Il nostro impegno non macherà mai, ma dobiamo fare attenzione nel fare scelte giuste e sopratutto come dicevo prima coraggiose.

Dobbiamo saper riconoscere e distinguere le cose che vanno cambiate dalle cose che vanno conservate.

Dobbiamo imparare ad essere stoici, oggi più che mai è necessario un incrollabile senso del dovere.

Sono altresì convinto che per iniziare e sopratutto portare a termine un processo riformatore, una delle tappe necessaire è la lotta alla mafia, la lotta ad ogni tipo di prevaricazione del più forte verso il più debole.

Insieme a noi però, deve necessariamente esserci la società civile. Senza il supporto di tutta la società civile, la politica credo possa ben poco.

Adesso mi pare di avere detto abbastanza, adesso bisogna pasare assolutamente ai fatti.

Dobbiamo cercare di migliorare una situazione che non potrà cambiare certo con la politica del silenzio.

Cosiderazioni sulla conferenza…ultima modifica: 2008-12-13T00:59:00+01:00da lucianomarino
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2 pensieri su “Cosiderazioni sulla conferenza…

  1. Notizie
    Ministro Roberto Maroni
    08.01.2009
    Fissate le dotazioni organiche consentite a comuni e province in condizione di dissesto finanziario
    Definite con un decreto del ministro Maroni, saranno valide per il triennio 2008-2010

    Le province e i comuni che si trovano in condizioni di dissesto finanziario dovranno attenersi, per stabilire le dotazioni organiche su cui poter contare, al rapporto medio dipendenti-popolazione contenuto nella tabella del decreto del ministro dell’Interno 9 dicembre 2008.

    Tale rapporto è stato fissato dopo il censimento generale del personale in servizio presso gli enti locali, dati rilevati al 30 giugno 2007, e tenendo conto della fascia demografica di appartenenza.
    Ad un comune con meno di mille abitanti, ad esempio, è concesso disporre di un dipendente per ogni 110 cittadini, mentre un comune oltre i 250.000 abitanti potrà contare su un dipendente ogni 95 abitanti.

    I parametri resteranno in vigore per tutto il triennio 2008-2010.
    MANDATE A CASA CHI HA RAGGIUNTO L’ETA’ PENSIONABILE (TANTO PER COMINCIARE)
    CIAO

  2. Enti locali
    Ministero dell’Interno – decreto 9 dicembre 2008
    Rapporti medi dipendenti-popolazione per classe demografica, validi per enti in condizioni di dissesto (per il triennio 2008/2010), ai sensi dell’articolo 263 comma 2, del decreto legislativo n. 267 del 18 agosto 2000

    IL MINISTRO DELL’INTERNO

    Visto l’art. 263, comma 2, deI decreto legislativo 18 agosto 2000, che demanda ad un decreto del Ministro dell’interno la determinazione della media nazionale per classe demografica della consistenza delle dotazioni organiche per i comuni e le province ed i rapporti medi dipendenti – popolazione per classe demografica, validi per gli enti in condizioni di dissesto, ai fini di cui all’art. 259, comma 6, del precitato decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267;
    Visti i dati relativi al censimento generale del personale in servizio presso gli enti locali, rilevati al 30 giugno 2007, ai sensi dell’art. 95 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267;
    Visto il parere favorevole espresso dalla Conferenza Stato-città ed autonomie locali, nella seduta del 5 agosto 2008, all’inserimento della modifica proposta dall’Unione Province Italiane (UPI), «previa ulteriore positiva valutazione del Ministero dell’economia e delle finanze»;
    Considerato che il Ministero dell’economia e delle finanze, con nota n.ACG/5/INT/11821 del 15 ottobre 2008, ha ritenuto che il decreto debba essere adottato «senza recepire l’emendamento proposto dall’UPI»

    Decreta:

    per il triennio 2008 – 2010 i rapporti medi dipendenti popolazione validi per gli enti in condizione di dissesto sono i seguenti:

    Comuni
    fascia demografica rapporto medio dipendenti-popolazione
    fino a 999 abitanti 1/110
    da 1000 a 2999 abitanti 1/154
    da 3000 a 9.999 abitanti 1/172
    da 10000 a 59.999 abitanti 1/156
    da 60000 a 249.999 abitanti 1/121
    oltre 249.999 abitanti 1/95

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